La nostra Montagna.

5 Giugno 2007 6 commenti


Vorrei sapere scrivere poesie
trovare parole con sapore di montagna
con profumi di funghi di fiori e di pino mugo
con azzurro di laghi e cime rosate al tramonto
con calore di mirtilli nei vasetti da sigillare
con rumore di pedalate… su verso le cime.

Ci hai fatto innamorare della montagna
ma ora che non ci sei più non ci sono più
rumori, sapori, profumi, calore, colore,
perché eri tu la nostra montagna.

Che errore pensare di riuscire a combattere la morte.
Che errore pensare di trovartela di fronte e di tentare
con tutte le forze di allontanarla, almeno per un altro
po’.
La morte può essere così subdola da ingannare con un
referto medico “dove tutto va bene” un pò di Malox per il
mal di stomaco.
La morte può agire con subdola lentezza … “continuava
ad avere un po’ di mal di stomaco” … dicono, dopo, i vicini.
Ma la morte, con quel lascipassare medico si insinua malefica e sferra il colpo finale.
E ti devi arrendere con la rabbia ed il dolore per non avere capito, per non avere nemmeno provato a combattere.
E poi mentre sei divorato dai “…se…” arrivano i consolatori, quelli che “ha fatto la morte più bella, non se n’è accorto” E ti sembra che sia
ancora lei…la morte beffarda.

Ciao Paolino!

BARCELLONA …cosa non si deve fare.

26 Maggio 2007 7 commenti


Non partire in quaranta se si è abituati a viaggiare veloci in due.

Non riempire fino al peso limite il bagaglio da imbarcare perché, poi,
al rientro, l’ombrello con la scritta Barcellona, comperato per le due ore
di pioggia ti blocca al check-in, e sono 8 ? di sovratassa ( non sto a quantificare la cifra di quelli che hanno comperato confezioni di vino …).

Non andare nell’albergazzo lussuoso sulla collina quando, per prendere la
metropolitana, la collina poi la devi scendere scarpinando per venti minuti e la notte, quando rientri, trovi l’albergo spostato perché per risalire ti servono ben più di venti minuti.

Non cercare a Barcellona l’anima catalana perché in una città con oltre
un milione e mezzo di abitanti di 83 diverse etnie, di catalana fatichi a trovare la crema. E soprattutto non cercarla nella Rambla (mi riferisco sempre all’anima) luogo totalmente turisticizzato dove persino i localini dove si mangiano le tapas pare siano in mano alla mafia russa.

Non prenotare una guida locale che ti fa passare mezza giornata puntualizzando poche cose marginali mentre tu scalpiti pensando a tutto il resto.

Nelle giornate cosidette libere, non pensare di riuscire a trascinare il tuo gruppo, seppure formato da nove persone in tutti i luoghi che tu vorresti vedere e per i quali hai intrapreso il viaggio perché c’è chi non si accontenta di un panino … e via… ma vuole “mettere i piedi sotto un tavolo” e soprattutto non sottovalutare i lenti e insaziabili cercatori di souvenir.

CONCLUSIONI … comunque positive.

Perchè la visita al Palazzo della Musica, guidata da una ragazza catalana (non si capiva proprio tutto ma che atmosfera!) già da sola pagava il biglietto della Ryan-air.

Perchè senti lo spirito di Gaudì che continua ad aleggiare nelle sue dimore surreali e fantastiche e fra le guglie in-finite della Sagrada Familia.

E poi… che forti le oche nel chiostro, chiassose guardiane della severa Cattedrale Gotica.

E tanto altro che non sto ovviamente ad elencare. Certamente, nella mia mappa di Barcellona alcune bandierine non sono state appuntate, vuoi mettere però le nuove amicizie… le risate…i casini! Insomma, un viaggio che sapeva anche di gita scolastica.

I ricordi di Giulio.

17 Maggio 2007 2 commenti


“Buongiorno Giulio … come va? … dormito bene?”
Lui si gira, lo sguardo un po’ assente e un po’ stupito e accenna un lieve sorriso.
Forse più che il suo nome, ha percepito la cadenza dialettale dell’infermiera.
Come si sentirà quel vecchio dai radi capelli bianchi rimandato da oltreoceano per finire la sua vita in un ricovero nella terra d’origine.
Perché Giulio era nato e vissuto fino all’età della pensione in un piccolo paese della Romagna dove “Grell”, il padre, aveva un’osteria e lui aveva continuato quella vita e poi, assieme a una sorella ed alla moglie che stavano in cucina, aveva avviato anche una trattoria.
Era una cosa molto ruspante, infatti all’ora di pranzo e di cena i frequentatori dell’osteria se ne andavano a casa e i tavolini venivano apparecchiati per i clienti che non mancavano mai per quelle “tagliatelle come se piovesse e cappelletti immersi in vero brodo di carne”.
Certe domeniche veniva apparecchiata anche una seconda saletta, con le tavole stipate attorno al vecchio biliardo e intanto che aspettavano le pietanze, i bambini si divertivano a lanciare palline di mollica sul panno verde. A quei tempi non c’erano ancora i forni elettrici o a gas, si portavano a cuocere le cose al forno pubblico e all’ora di pranzo era un andirivieni del garzone del fornaio che faceva la spola portando alla trattoria grandi padelloni di lasagne, poi arrivavano polli, anatre e conigli arrosto tutti contornati da tocchi di patate ancora bollenti, e la strada era inondata di profumi goduriosi.
Giulio, faceva il cameriere, serviva al banco dell’osteria, preparava i conti e incassava. E così giorno dopo giorno; una vita semplice e sempre uguale, senza mai una chiusura per turno.
Lui vestiva con magliette, pantaloni e scarpe da tennis di tela bianca che a quei tempi erano piuttosto singolari.
Solo una volta mise vestito grigio, camicia e cravatta … quelli del matrimonio… per andare con la corriera in città a fare le fotografie per il rinnovo di quella patente avuta durante il servizio militare che esibiva con tanta fierezza ma che non aveva mai utilizzato.
Quando scese dalla corriera per tornare all’osteria, al centro del paese, i ragazzini lo accompagnavano gridando stupiti “Guardate Giulio! … è vestito con la giacca e la cravatta … e ha anche le scarpe nere …!”
E il tempo passò, la moglie morì all’improvviso, un po’ di soldi li aveva messi da parte, l’osteria con trattoria fu venduta e andò a finire in città con quell’unica figlia tanto intelligente e tanto stravagante.
Università abbandonata, matrimonio naufragato, problemi di tossicodipendenza e di recupero, cambio di case di città e di uomini trascinandosi appresso Giulio e la sua pensione che alla fine, dopo avere speso tutto, serviva per tirare avanti la baracca.
Ma la vita è cara e i soldi non bastano mai ed allora decise di andare a vivere in una piccola isola nel mare dei Caraibi dove con la pensione di Giulio … avrebbero fatto i signori. La cosa fece scalpore tra gli anziani del paese, pensare a Giulio che viveva in riva al mare sotto le palme, con gli indigeni, forse mangiava noci di cocco, lui che non era mai stato nemmeno a Cesenatico!
E poi è arrivata la notizia che quella figlia senza pace era morta … non si è saputo come … e che l’ultimo uomo col quale era vissuta avrebbe imbarcato Giulio per farlo tornare a casa.
Ma non c’era più casa, la vecchia osteria con trattoria, a suo tempo venduta era stata trasformata in un moderno bar con annesso un ristorante bello ma poco frequentato per una cucina senza più profumi.
I fratelli di Giulio, che ora ha 92 anni e non ci sta più con la testa, sono morti ed i nipoti l’hanno messo in una casa di riposo economica.
Avrà qualche ricordo di tutto ciò quando le sue labbra accennano un lieve sorriso?

Caro Signore …

18 Aprile 2007 9 commenti


Caro Signore,

mi piace pensare che Lei possa avere riascoltato un po? della Sua musica.
E con quale emozione ho girato la manovella per caricare il vecchio grammofono e poi, seduta in poltrona, ho ascoltato in silenzio Old Man River e Addio sogni di gloria. E Lei era lì, presenza indefinita di un uomo d?altri tempi con abito scuro e baffi come i signori delle fotografie color seppia che si vedono sfogliando i vecchi libri.

La prima volta che l?ho sentita presente è stato a quell?ultimo banco del mercatino delle pulci. Un banco poco interessante al quale mi sono fermata più che altro per educazione verso il venditore. E’ lì, che in mezzo a tante cianfrusaglie ho notato un mucchietto di vecchi dischi a 78 giri che ho rivoltato abbastanza distrattamente.

Sa, anni fa abbiamo comprato quel vecchio grammofono e qualche disco che però ascoltiamo abbastanza di rado, ma l?uomo del banco, per catturarmi, ha tirato fuori un intero raccoglitore pieno di 78 giri.
?Vede”, mi ha detto, “qui non deve nemmeno sfogliare perché il proprietario aveva elencato all?interno della copertina il titolo e l?interprete?
Ho aperto l?album che mi aveva allungato e in quel momento ho sentito la Sua presenza. La presenza di una persona colta, amante della musica, ordinata e con una bella calligrafia.
Una scrittura antica fatta con il pennino intinto nell?inchiostro

Ho letto titoli di canzoni e musiche che non conoscevo, molte delle quali americane e poi ho iniziato a sfogliare le buste dei dischi fino all?ultima rigirando l?album per cercare qualche Sua traccia. Non l?ho trovata, ma ormai la mia attenzione era stata catturata ed allora ho ripassato nuovamente e con maggiore interesse i titoli fino a che ho trovato lo spiritual, di quelli classici e quella canzone che mi ricorda mia nonna.

Ricordi preziosi, finiti anonimi sull?ultima bancarella di un mercatino delle pulci che ho almeno in piccola parte riscattato e così, Lei, anche se in modo indefinito, continua a rivivere al suono lento e un po? gracchiante dei Suoi dischi.

Con rispettoso affetto Mari

Buona Pasqua a tutti.

8 Aprile 2007 4 commenti


Alcuni stralci della lettera del Priore Generale G.C. Sibilia

Pasqua è vedere Gesù.

…e Zaccheo mi si ripresenta molte volte in questi giorni…. Per «vedere Gesù» questo curioso ha dovuto arrampicarsi su una pianta. Certamente prima di fare la scalata avrà dovuto togliersi la giacca. Voglio dire, si è spogliato della propria «dignità». Non sarà passato inosservato. Quanti commenti… Il direttore delle dogane di Gerico che corre e si arrampica come un ragazzino! Zaccheo sfida il ridicolo, pur di «vedere chi era Gesù», si toglie la giacca della sua rispettabilità e l’appende al naso della gente.

Manda al diavolo le convenienze, il «cosa dirà la gente», ridotto all’essenziale appollaiato sul sicomoro, come un fanciullo. Condizione ideale, per «vedere Gesù»! «Se non diventate come bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3)

Se vogliamo «vedere Gesù» in questa Pasqua, dobbiamo compiere una rottura nei confronti della folla, di quel che pensa la gente. Non lasciarci intruppare. Bisogna «uscir fuori». Sfidare il ridicolo, la convenienza ed i convenevoli che fanno una certa «rispettabilità».

Uno dei pericoli più gravi, anche della vita di fede che scade in religione, è quello del livellamento: si assiste ad un nascondersi generale. Tutti uguali e ciò assomiglia molto al «tutti in gruppo» di certe corse ciclistiche. Sconsolante appiattimento e desolante uniformità: «Si è sempre fatto così…». Non stupiamo più nessuno, non creiamo meraviglia. Come attenuare la luce perché non disturbi troppo, il sale è stato sciolto per neutralizzarlo nel così detto «buon senso»… Tante volte ho l’impressione che si faccia di tutto per trasformare il lievito in vaniglia.

Bisogna riscoprire il cristianesimo nella sua fase di rottura. Bisogna riscoprire i paradossi del Vangelo: morire per vivere, offrire per godere, rinunciare ad avere, per essere.

Non possiamo accontentarci dell’abito del conformismo, della rispettabilità. Per un cristiano quest’abito è troppo stretto.

La strada che si snoda dalla nostra casa all’ufficio, alla fabbrica, alla scuola, alla chiesa, segnata dai paracarri del «dovere», è ridicolmente stretta rispetto all’ampiezza del passo cristiano.

Poi Zaccheo, racconta Luca, fu visto da Gesù, che gli ordinò di scendere perché «Oggi devo fermarmi a casa tua».

«Scendi in fretta». Zaccheo viene snidato. Stanare l’uomo è mestiere di Dio.

Noi siamo abitualmente dei perfetti organizzatori dei viaggi di Dio: stabiliamo dove trovarlo e dimentichiamo che lo Spirito soffia dove quando e come vuole. Che le vie dei Signore non sono le nostre vie.

«In casa tua». Ciò, vuoi dire che la casa del Signore è la mia casa, la vostra casa, la casa di un peccatore. La casa di Dio è la mia casa. La casa dove vivo, lavoro, soffro, mangio, dormo, studio. Lui non ha «una casa sua». Viene ad abitare nella mia casa a patto che sia veramente mia.

La casa di un capo della dogana, quale era Zaccheo, non troppo onesto per la verità, è diventata una chiesa. Noi, come gli abitanti di Gerico allora, stiamo a mormorare. Invece di toglierci il cappello, entrare ed inginocchiarci.

E poi, dice Luca che Zaccheo fa testamento, distribuisce quanto aveva rubato, dà la metà dei suoi beni ai poveri. Si libera subito dalla zavorra. Subito restituisce. Quello che si dà ai poveri è sempre e solo una restituzione. Comprende che il troppo avere gli impedisce di essere.

Avranno detto che era diventato pazzo, lo diranno anche di noi se ci decidiamo a «vedere Gesù». È così quando si incontra Gesù!

Purtroppo noi siamo diventati eccessivamente «ragionevoli».
Forse il nostro cristianesimo è troppo «prudente», siamo tutti malati di questa eccessiva «prudenza».

Ho conosciuto un grande prete, il padre Lebret, che parlando ai giovani esclamava: «Oh! Dio, mandaci dei pazzi. Abbiamo bisogno di. pazzi, santi pazzi per il presente?».

Se il cristianesimo appare come sapienza, ragionevolezza agli occhi dei mondo, vuol dire che è stato tradito.

Che la Pasqua porti tutti a vedere Gesù.

Questa è una … pa – ta – ta.!

30 Marzo 2007 5 commenti


Sono entrata nel solito negozio di frutta e verdura e l’ho trovato invaso da una scolaresca del vicino asilo.
Una delle insegnanti stava davanti ai contenitori della merce e prendendo in mano una patata la mostrava ai bambini e la faceva passare dall’uno all’altro.
Poi col supporto di una cartello che raffigurava il tubero ne scandiva il nome, scritto a lettere cubitali sotto il disegno dicendo … “questa è una pa-ta-ta!
Quando la mamma vi dà le patatine fritte, oppure il purè, molte volte le toglie da una busta che prende in frigorifero perchè ha fretta, ma le patatine non le fa il frigor, le patate sono queste” … e poi continuava raccontando che i contadini le sotterrano nei campi e via via cercava di fare capire con parole semplici e frasi carine che le patate non vengono dal frigorifero e non hanno gambe braccia e faccina rubiconda come in certi cartoni animati.
E’ questo l’esempio di come il progresso, in una cinquantina d’anni è riuscito a cambiare la vita e la gente.
Da un’economia prevalentemente contadina e autarchica in cui le persone sapevano fare o produrre quasi tutto il necessario e conducevano una vita essenziale scandita dai ritmi delle stagioni, siamo passati a un tipo di vita che si sviluppa in gran parte nelle città, racchiusi in appartamenti sempre più piccoli in condomini sempre più grandi. E la nostra vita viene scandita dalla televisione che ci stimola desideri di ogni genere con lo scopo mirato di spingerci ad avere cose non sempre buone e quasi sempre non necessarie. E così le nuove generazioni, subissate dai continui lavaggi al cervello devono essere … rieducate… ok per la patata ma … e tutto il resto?
Mio padre è ateo però ha sempre avuto ben chiaro il senso dei valori morali da tramandare e delle cose da esigere.
La Chiesa ha fatto anche cose orribili, certo, perché formata da uomini, ma la Bibbia, il Vangelo, hanno indicato a tantissima gente il cammino interiore da seguire, ora le chiese sono rimaste quasi senza sacerdoti e i fedeli sono pochi e prevalentemente anziani, si tenta di togliere dalle scuole crocefissi e presepi e l’ora di religione è facoltativa e poco frequentata. Si parla di generazione vuota, ma chi riempie il vuoto spirituale dei giovani “materia prima dell’opera umana” come diceva Che Guevara?
Ripenso al cartello della patata e mi chiedo se qualcuno ha preparato cartelli con scritto – AMORE – FRATELLANZA – VALORI – ONESTA’ – RISPETTO …….

Buona giornata !

11 Marzo 2007 6 commenti


E’ meglio accendere un fiammifero piuttosto che limitarsi ad imprecare

contro l’oscurità.

Don Tonino Bello

Salendo la valle.

6 Marzo 2007 1 commento


I due erano partiti tardi, quando il sole dava l’ultima carezza alle cime delle colline. L’aria però, non era così pungente come prima e nel fondovalle già in ombra non arrivavano più le fredde folate di fine inverno.
Iniziarono a camminare veloci per la strada fra curve e saliscendi incrociando le auto dei gitanti domenicali che scendevano dopo un pomeriggio trascorso al maneggio.
Sì, perchè verso la parte alta di quella valle chiusa, della gente di fuori aveva rilevato il podere La Fabrona; avevano ristrutturato la casa colonica, costruito stalle per i cavalli e maneggi e vi facevano gare ippiche.
Per la gente del paese, la Fabrona rappresentava la meta per una gita domenicale … per vedere i cavalli. Alcuni la raggiungevano con la mountan bike, altri passavano correndo in tuta e scarpe da ginnastica per un allenamento.
E quella domenica aveva deciso di andare anche lei alla Fabrona. Era partita dalla casa dei genitori, l’ultima del paese e si era avviata con andatura veloce ma irregolare per le frequenti soste di Paco, un irruento meticcio di taglia media, col pelo color biscotto leggermente lungo e ondulato. Un misto di Golden Retriver e Labrador trovato da Vale ancora cucciolo mentre vagava affamato, sporco e pulcioso. Vale era poi riuscito a convincere i nonni a tenerlo in campagna perchè nel loro appartamento di città non era possibile.
Paco però era piuttosto indisciplinato e la donna, quando lo portava a passeggio lo teneva prudentemente al guinzaglio.
I due avevano superato il caseggiato del Mulino del Gesso e continuavano a salire per la stretta valle mentre le auto che scendevano si erano fatte sempre più rade e così percorrevano indisturbati la strada che ora fiancheggiava il torrente. Il cane strattonava spesso per seguire le tracce di animali selvatici e si fermava a marcare il territorio e la donna allora lo incitava a sbrigarsi perchè il tramonto maturava in fretta.
Passavano davanti a casolari abbandonati, con porte sconnesse, imposte bucate dal picchio ed aie inselvatichite.
La loro velocità era aumentata, procedevano ora in sintonia, lei accompagnata da tanti ricordi mentre Paco sembrava puntare deciso verso quei cavalli dei quali forse iniziava ad avvertire gli odori mentre la donna ne udiva solo lontani nitriti. Ma dopo una curva ce n’era un’altra e poi un’altra ancora e il maneggio non si vedeva.
Arrivati sul ponte che attraversava il torrente si fermarono per una pausa e la donna si accorse che la luna che prima era solo una timida presenza saliva ora decisa e iniziava ad accendere le prime stelle.
Era delusa per non avere raggiunto la meta e Paco proprio non la indendeva di fare inversione di marcia, ma si dovettero avviare velocemente verso casa. Ora, la strada era in leggera discesa e la donna invece di richiamare il cane che andava veloce provò a regolare la sua cadenza passando dalla camminata alla corsa.
Quando scorsero il caseggiato del Mulino del Gesso, i lampioni erano già accesi e si sentivano le mamme che richiamavano i bambini che si erano attardati per gli ultimi giochi.
Il cane si era fermato davanti alla cancellata delle vecchie scuole elementari trasformate da forestieri in una residenza estiva. All’interno della recinzione una femmina di Pastore Scozzese aveva catturato l’attenzione di Paco che cercava di familiarizzare.
La donna ne approfittò per riprendere fiato e a quel punto i pensieri che l’avevano accompagnata per tutta la strada l’avvolsero riportandola indietro nel tempo quando anche lei era come quei bambini che rimanevano a giocare fino a tardi per poi correre velocemente lungo il viottolo che portava alla casa dei nonni, prima che arrivasse il buio.
Quel viottolo era lì a fianco delle vecchie scuole e portava su verso la grande casa che un tempo era piena di gente laboriosa e allegra e della quale era rimasto solo un triste rudere mezzo crollato. Ma in quel momento l’oscurità aveva cancellato i contorni, i lampioni si chinavano verso di lei con la loro luce soffusa, il fumo dei camini si spandeva nell’aria e … li aveva sentiti, erano attorno a lei, la nonna, il nonno, gli zii e la cugina, e tante altre persone care. Quelli che non c’erano più erano tutti lì assieme a lei, presenze serene … in quell’attimo di domenica.
E poi il cellulare aveva squillato, voci alterate e preoccupate “ma dove siete andati… è buio”, “tranquilli! stiamo arrivando! … no non c’è bisogno che ci veniate incontro con l’auto … non c’è pericolo … stiamo sul bordo della strada, e poi, non passa nessuno, no, non ho paura, c’è Paco!”
I due si rituffarono nella strada buia, correvano, perchè in verità erano ancora distanti da casa, ma la donna voleva trattenere ancora un pò le presenze che aveva ritrovato salendo la valle in quella corsa verso il passato, là dove il passato le era venuto incontro.

Quaranta settimane per averti … Quaranta poesie per ricordarti…

18 Gennaio 2007 16 commenti


“Mamma, canta per me”. Poesie che sembrano rispondere all’implorazione del giovane figlio, scomparso all’improvviso mentre era lontano.
“Canta per me , mamma. Canta di me”.
E le parole si dispiegano aggrappate al silenzio di un addio non concluso, avanzano nell’attesa di un ritorno; tessono e ritessono il tempo umano e breve di una vita che pulsa nel cuore della madre, ne abita il corpo vibrante di memoria. Attendono un nuovo incontro, oltre la soglia.

MANI SOTTILI

Le tue mani
sottili
disegnavano
volti di Madonne,
riparavano
panneggi,
pulivano
manti,
doravano
corone.
Le tue mani
sottili
volavano
come farfalle
sui teneri sguardi
di Maria.
La vedi ora
la luce
dei suoi occhi?
Ha riconosciuto
le tue mani
sottili
il tuo volo
di farfalla
su di lei?

Dal libro di Gabriela Sansavini
“Il canto della farfalla”

Buone Feste!

27 Dicembre 2006 7 commenti


… a tutti!!!